domenica 23 marzo 2008

BUONA PASQUA

venerdì 29 febbraio 2008

Padre Francesco Maria Zagari

Gli scillesi non sono stati soltanto pescatori e marinai, ma anche “pescatori di anime” come la figura, tutta particolare, di padre Francesco Zagari, frate cappuccino.
Francesco Maria Zagari nacque a Scilla il 2 agosto 1843. Il 1° agosto 1861, terminato il Noviziato, prese i voti temporanei e il 15 agosto 1864 fu ordinato sacerdote. Non sappiamo con certezza quando Padre Francesco arrivò a Molochio (dove esisteva una piccola comunità di Padri cappuccini fin dalla seconda metà del XVI secolo), né quando balenò, nella mente e nel cuore di Padre Francesco, l’idea di erigere un Santuario in onore delle Vergine di Lourdes ed un Convento per i Padri cappuccini. Alcuni manifesti, fatti stampare dal padre Zagari tra il 1880 e il 1910, oltre ad annunziare il progetto del Santuario, ci permettono di seguire man mano gli sviluppi di quest’ idea rivolta sia ai molochiesi poveri (che lo sostennero col loro lavoro) e sia ai molochiesi abbienti (che lo sostennero finanziariamente). Su questi manifesti, il laborioso frate si sottoscrive ora come «Missionario Cappuccino», ora quale «Il promotore», ovvero «Cappuccino, benché indegno». La prima pietra del Convento fu posta, sulle fondamenta dell’erigendo edificio, il 29 giugno 1890 dal cardinale Gennaro Portanova, arrivato in treno da Reggio Calabria a Gioia Tauro. A Molochio vi arrivò in carrozza, scortato da un plotone militare del 20° Fanteria di stanza a Palmi. Un anno dopo l’inizio dei lavori, Padre Zagari era giunto fino a Parigi, fermamente intenzionato a procurarsi una immagine della Vergine di Lourdes. In questa città, la terziaria francescana Suor Maria Probech Schlestatd donò al padre cappuccino una bellissima statua lignea dell’Immacolata di Lourdes. Non sappiamo da quale porto francese sia stata spedita la statua. Sappiamo che, di certo in quello stesso anno, giunse a bordo d’un vascello, sulle spiagge di Gioia Tauro. Lo Zagari, tornato nel frattempo a Molochio, inviò a Gioia il carro di massaro Domenico Caruso con a bordo tre aiutanti: Ferdinando Zito, fabbro, Michele Morabito e Carmine Trimarchi contadini. La statua fu condotta a Molochio, in forma privata, e portata in casa del parroco di Molochio, Mons. Rocco Zagari, fratello di Francesco. In questa sede la statua della Madonna stette per ben 9 anni; difatti, soltanto il 14 settembre 1901, potè trovare accoglienza presso l’altare maggiore della chiesa appena finita. Nel 1900, il Santuario era pronto ad essere inaugurato, quando l’uccisione di re Umberto di Savoia, fece rinviare l’inaugurazione. Il 14 settembre 1901, festa dell’esaltazione della Croce, il Convento veniva inaugurato. Il nucleo originario del convento fu una piccola casa abitata da Padre Francesco Zagari con un terziario francescano, nativo di Molochio, tal Carmelo Maio. Ma Padre Zagari, chiedendo licenza ai superiori dell‘ Ordine francescano, il 24 luglio 1884, trasforma la casetta in un piccolo convento che è in grado di ospitare una comunità composta dal Superiore padre Carlo da Frattamaggiore, Padre Paolino, Padre Tito da Villa S. Giovanni e lo stesso Padre Zagari. Fu in questo periodo che Padre Francesco Zagari iniziò a predicare la possibilità di poter erigere un Santuario alla Vergine di Lourdes. La figura ascetica del frate francescano trascinò il popolo molochiese fino a farlo partecipare in prima persona alla costruzione della chiesa. Anche Padre Francesco lavora in mezzo ai carrai, muratori, carpentieri, falegnami, con la pala e il piccone, cantando, pregando e inneggiando alla Vergine Maria. A questo punto, iniziò a girare l’Italia in cerca di fondi per la costruzione della chiesa e del convento. In una lettera del Commissario Generale Cappuccino, Fr. Bernardo da Patrizzi, datata Reggio Calabria, 27 novembre 1899, apprendiamo che «onde potesse più agevolmente viaggiare e raccogliere l’obolo dei fedeli destinato al cerupimento del Santuario della miracolosa Vergine di Lourdes, eretto in Molochio», Padre Francesco Maria Zagari «[…] è stato messo dal R.mo Padre Generale sotto l’immediata obbedienza di suo fratello Monsignor D. Rocco Maria Zagari Can.co e Parroco di San Giorgio». Tre anni prima, Padre Francesco era riuscito a farsi ricevere da papa Leone XIII, l’8 maggio 1896, e a perorare la causa dell’erigendo Santuario di Molochio. In questa occasione, Padre Zagari ottenne incoraggiamenti, benedizioni e indulgenze. Per ringraziare il papa delle generose offerte, il Padre cappuccino, autorizzato dal cardinale Portanova, decise di fare a Leone XIII un regalo tutto particolare: un pescespada intero. Lasciò, dunque, le incombenze del costruendo Santuario molochiese e arrivò a Scilla. Nella sua città natale, dove, supponiamo, avesse ancora rapporti parentali, iniziò a predicare in favore del Santuario di Molochio della Madonna di Lourdes, riuscendo a mettere insieme la somma adatta all’acquisto del pescespada. Finalmente, un luntro scillese, catturò, il pomeriggio del 7 maggio 1896, uno spada degno del Papa. Il pesce fu sistemato in una cassa con limoni, arance, cedri e piante odorifere e la stessa sera fu spedito col diretto per Roma. Con lo stesso treno viaggiò Padre Zagari, che doveva presentarlo al Papa il giorno dopo. «Al mio arrivo al Vaticano – scrisse Padre Francesco Zagari – le guardie svizzere permisero l’entrata del pesce-spada. Un facchino di forze erculee si collocò l’enorme peso: ma fu costretto deporlo più di una volta; dove poi, accompagnato dai gendarmi pontifici, introdurre il dono sulla balaustra della scala marmorea; e per prevenzione già data, nell’anticamera del Papa». Leone XIII accolse il Padre cappuccino in maniera assolutamente informale «che mi sembrò non mai di essere alla presenza di un altissimo sovrano del Supremo Gerarca, ma innnazi a un padre amorevole, ad un buono e dolce pastore». Il Sommo Pontefice gradì molto il regalo. Col pescespada, arrivò al Papa un epigramma del latinista reggino Diego Vitrioli. Padre Zagari non rimase molto tempo a Molochio: fu trasferito presso il Convento di Fiumara di Muro. In questo convento finì la sua vita terrena il 29 marzo 1918. Cosa accadde al Convento e alla Chiesa della Vergine di Lourdes di Molochio, una volta che il fondatore se ne fu allontanato? Tra il 1910 e il 1914 il Convento e la Chiesa furono chiusi. Nel 1914 il piccolo complesso fu riaperto da Padre Serafino da Scilla, che vi rimase fino al 1919. Da questa data fino al 1935 il piccolo Convento e la Chiesa furono completamente abbandonati. Dal 1935, però, iniziò un lentissimo cammino verso il recupero sia degli ambienti del Convento (le cellette dei frati, divise da semplici tavole non erano adatte a riparare sufficientemente dalle intemperie) e della Chiesa della Vergine di Lourdes. Solo nel 1996 il «Conventino» di Molochio fu completamente ricostruito, grazie all’opera infaticabile di Padre Benigno Morabito. Anche la Chiesa fu riportata agli antichi splendori, così come ancora adesso si può vedere. Gli scillesi che fossero interessati a visitare questo Sacro luogo, voluto fortemente da uno scillese, devono contattare preventivamente i Padri Cappuccini di Taurianova, che hanno pertinenza sul «Conventino».

per gentile concessione dello storico prof. Francesco Cento, nato a Taurianova, cresciuto a Scilla, residente a Genova.

domenica 27 gennaio 2008

LUIGI GAETANO GULLI', musicista dimenticato

«Un’altra parola ancora, prima che la tua nave salpi, rivolta
verso la tua Patria, per augurarti un buon viaggio e tanta
felicità.
Sarà per te un lieto ritorno, anche in questi tempi: e tu –
Italiano – proverai una vera emozione quando vedrai i bei
lidi antichi della Patria tua.
Non ci dimenticare; e ricordati che noi non ci
dimenticheremo mai di te.
Ti terremo, sempre, come amico carissimo; e il ricordo della
tua bella musica e delle ore trascorse insieme saranno tesori
rinchiusi gelosamente, e per sempre, nei nostri cuori.
Un brindisi all’Italia e a tutti i suoi figli.
Addio: e che sia tua la migliore fortuna.
Devotissimamente tua
».
Così scriveva nel 1918 John L. Shotall al maestro concertista Luigi Gaetano Gullì, il quale dopo avere diretto il Conservatorio di Shermon nel Texas ed essere stato docente presso il College of Music di Chicago, lascia l’America per rientrare in Italia. Un viaggio che il famoso musicista scillese non avrebbe mai concluso perché la morte lo colse durante la navigazione. Le sue spoglie furono raccolte dal mare, quel mare che tanto amava. Luigi Gaetano Gullì, musicista apprezzato per il suo temperamento artistico, l'impenetrabilità della sua acutezza interpretativa, la sicura ed energica tecnica al pianoforte nacque in una famiglia appassionata di musica. La madre, donna Annunziata Delfino si dedicava al canto e spesso il marito, l’avvocato Giuseppe Gullì, l’accompagnava alla spinetta. Domenico, fratello di Luigi Gaetano era anch’egli maestro di musica e fu per molti anni direttore della Banda di Scilla. Ma anche le sorelle erano affascinate dalla dolce arte tanto, che la casa di piazza San Rocco era considerata un vero e proprio proscenio della lirica. Tuttavia, il talento di Luigi Gaetano non aveva eguali. Era un bambino prodigio che a soli sette anni, tenne il suo primo concerto a Reggio Calabria suscitando un tale entusiasmo che l'Amministrazione provinciale, lo mandò a proprie spese al Regio Conservatorio di Napoli. Al San Pietro a Maiella studiò sotto la giuda di Beniamino Cesi e Lauro Rossi. Diplomatosi in pianoforte si trasferì a Roma dove in poco tempo divenne uno dei prediletti dei salotti aristocratici della capitale. Qui stringe una salda amicizia con Gabriele d'Annunzio, il quale, tra l’altro, gli dedicò un passo nel suo primo romanzo "Il Piacere". Lipsia, Copenaghen, Berlino, Oslo, Parigi, lo videro protagonista di indimenticabili interpretazioni a tal punto da entrare nelle cronache del prestigioso “Le Figarò”. In Norvegia conobbe Eduard Grieg, che ne apprezza le doti musicali, la modestia e la semplicità d'animo. Fu membro onorario della Reale Accademia di Santa Cecilia, ricevette vari doni dai componenti della famiglia reale. La regina Margherita lo volle premiare personalmente per avere portato alto il nome d'Italia nel mondo. Il suo nome venne iscritto nel Libro d'Oro di Norvegia. La sua attività concertistica lo portò in Europa e in America, imponendosi soprattutto col quintetto “Gulli’”, da lui fondato e diretto. Il 31 dicembre del 1886, il consiglio comunale di Scilla plaudendo per i “successi massimi riportati nell’arte musicale nel suo recente viaggio all’estero”, gli rivolse un “saluto d’ammirazione” e stabilì di porre una sua fotografia nella sala consiliare. La foto presente in municipio sino agli anni Venti fu sottratta da mano ignota. Pur tra tanti impegni, Luigi Gaetano Gullì non dimenticò mai la sua terra, tornò frequentemente nella sua Scilla e soggiornò spesso tra le frescure della sua villa di Melia.
“Sfumature”, “Foglio d'album”, “Movimento di valzer”, sono alcune delle sue composizioni custodite presso il Conservatorio di Roma. Il maestro Salvatore Tripodi, docente e studioso emerito, li ha recentemente rispolverate ed introdotte allo studio degli allievi del Conservatorio “Francesco Cilea” di Reggio Calabria. La città che gli diede i natali però oltre al "voto" di intitolare una via, che risale al 1924, non ha fatto niente per ricordare ed onorare l'illustre figlio.

lunedì 24 dicembre 2007

domenica 16 dicembre 2007

"I FATTI DI SCILLA"

C’è un episodio che, l’inesorabile trascorrere del tempo, ha cancellato dalla memoria comune. Una vicenda che all’epoca suscitò scalpore tanto da meritare ampi articoli sulla stampa locale anche in occasione del conseguente processo penale. E’ un caso, sfociato in fatto di cronaca, che evidenzia lo spirito di critica ai soprusi che un tempo animava gli scillesi. Nella tarda serata del 4 maggio 1920, un inusuale campanello di gente staziona in piazza San Rocco. I convenuti appartengono stranamente alle più svariate classi sociali. Unico fattore che li accomuna, oltre all’essere cittadini di Scilla, è l’appartenenza alla locale sezione degli ex combattenti. Man mano che trascorrono i minuti, la folla s’ingrossa e l’iniziale sparuto campanello, è irrobustito anche da donne e ragazzi. Qualcuno, quasi seguendo un copione già definito nei minimi dettagli, entra nella chiesa di San Rocco, raggiunge il campanile e inizia a far suonare le campane. E’ un segnale, l’ultimo appello che annunzia l’inizio della rivolta contro il Palazzo. Scilla insorge contro il carovita e le ristrettezze alimentari. Nel mirino dei manifestanti, l’amministrazione comunale, guidata dal commissario prefettizio Alessandro Canale, rea di avere approvato un provvedimento con cui si dispone il razionamento del pane. Quella notte, come recita la sentenza penale, “buona parte della popolazione” si riversò in piazza. La folla tentò di occupare il municipio, presidiato da carabinieri e guardia di finanza. I militari avevano la consegna di restare immobili e non replicare alle invettive dei dimostranti. Formato quindi un cordone invalicabile a difesa della casa comunale, i tutori dell’ordine pubblico restavano impassibili innanzi alla marea di scillesi in tumulto. L’ordine era quello di non dare alcuno spunto capace di infiammare ulteriormente gli animi. Tuttavia, questa forma di “adattamento” adottata da carabinieri e guardia di finanza, non durò a lungo. La situazione precipitò e si passò al corpo a corpo. Le forze di polizia, armi in pugno, caricarono la folla. Seguirono scontri violenti. Una donna assalì il maresciallo e con un morso lo ferì al naso. Il gran trambusto consentì ad alcuni di penetrare all’interno del palazzo comunale. I manifestanti, messi a soqquadro alcuni uffici, accatastarono mobili e documenti dandoli alle fiamme. Si trattò, comunque, di un tentativo d’incendio. Le poche persone riuscite ad entrate nel municipio furono costrette a battere in ritirata dall’intervento energico dei carabinieri. La sommossa ebbe conseguenze penali che coinvolsero circa trenta cittadini. Tra gli imputati, difesi da un collegio di legali composto, tra gli altri, dal futuro sindaco e podestà Valentino Varbaro, vi era anche il commendatore Giuseppe d’Amico (nella foto), importante figura della vita politica cittadina che in futuro sarà nominato commissario prefettizio ed eletto più volte sindaco. Nel 1921, i giudici del Tribunale penale di Reggio Calabria mandarono assolti tutti gli imputati, poiché non “fu possibile ricostruire esattamente i fatti”. La stesura di quel verdetto, a parere dello storico Domenico Cersosimo, fu determinata anche da fattori “politici”, che vanno individuati nel mutato clima politico nazionale. I disordini di quella notte furono ricordati dalla stampa come “I fatti di Scilla”.

venerdì 14 dicembre 2007

L'Aquilotto scillese

Rocco Siclari, di Diego e di Macrina Siclari nacque a Scilla il 25 agosto 1909 in una delle baracche post-terremoto ubicate nell’area dell’ex campo sportivo, dove oggi sorge la villa comunale. Arruolatosi nella Regia Aeronautica agli inizi degli anni trenta, frequentò i corsi di addestramento per sottufficiali piloti, al termine dei quali fu nominato sergente. Assegnato ad uno stormo di stanza in Puglia. Avviato ad una brillante carriera militare, grazie alle sue particolari doti ed alla preparazione e competenza in campo aeronautico, ben presto fu promosso al grado di sergente maggiore pilota. Esplosa la guerriglia in Etiopia, Rocco Siclari venne trasferito insieme al suo stormo nella zona operativa dell’Emberterà.
Il sacrificio estremo del sergente maggiore pilota, medaglia d'argento al valor militare, protagonista di una memorabile azione aerea nella zona dell'Emberterà, è stato ricordato nel corso della celebrazione del XXX anniversario della fondazione della sezione dell'Associazione arma aeronautica e del XL anniversario della morte del generale di squadra aerea, Silvio Napoli, organizzata presso l'aeroporto dello Stretto dalla sezione provinciale. Il due giugno del '37, “l’aquilotto scillese” chiese insistentemente di partecipare ad una azione di guerra nel deserto africano. Il pilota di Scilla si distinse tra i colleghi della propria squadriglia infliggendo gravi perdite al nemico. Ma, purtroppo, il destino in agguato rapì la sua giovane vita tra l'azzurro di quel cielo che tante volte lo aveva visto protagonista. Il suo aereo fu colpito da alcuni micidiali proiettili esplodenti. L'aquilotto riuscì ugualmente ad atterrare tra le dune dell'Emberterà. Il giovane aviatore, raggiunto e circondato da ingenti truppe nemiche, invece di arrendersi resistette arma in pugno sino all'ultima pallottola. Per tributare il giusto omaggio alla memoria
dell’eroico scillese, l’Associazione Arma aeronautica ed il Comune di Reggio Calabria hanno inserire il nome di Rocco Siclari nel monumento agli eroi reggini dell’aria realizzato sul lungomare della città della Fata Morgana.

MOTIVAZIONE
Medaglia d’argento al Valor Militare (alla memoria)
“Chiedeva insistentemente di partecipare ad una azione di guerra in zona Emberterà. Con grande precisione e cosciente sprezzo del pericolo, infliggeva forti perdite al nemico.
Costretto, perché colpito irrimediabilmente al motore, atterrava fra le orde ribelli che egli stesso aveva posto in fuga, combatteva da prode contro nemici mille volte superiori al numero, finché, soverchiato dalla furia selvaggia, cadeva con l’arma in pugno, immolando la sua giovane vita per la gloria della Patria che tanto amava”.
Cielo dell’Impero, 2 giugno 1937 XV B.U. 1938 Didp. 48ª pag. 1223
La medaglia d'argento al valor militare Rocco Siclari viene commemorato annualmente a Reggio Calabria dall'Associazione Arma Aeronautica. Nel 2006, l'Anassilaos, nell'ambito della cerimonia dedicata ai caduti militari e civili di Reggio e provincia ha consegnato una targa ricordo ai familiari. A pochi giorni dal 2008, cioè a quasi 71 anni dall'eroica morte, il comune di Scilla non ha ancora "trovato" il tempo per ricordarlo. Nemo profeta in Patria!!

Il massimo della pena

Gran Corte Criminale
della
Prima Calabria Ulteriore


La Corte
Dichiara Filippo Bova da Scilla colpevole d’omicidio premeditato con arma da taglio assassinio in persona di Rocco Fava primo eletto del comune di Scilla avvenuto il 13 novembre 1830. Filippo Bova e la sua famiglia da lunga data esercitavano abusivamente l’uso del monopolio atto alla vendita di prodotti ittici. Quando il soggetto passivo fu investito della carica di primo eletto, decise di porre fine a tale arbitrio. E per tali motivi venne ucciso. Condanna Filippo Bova alla pena di morte; al ristoro delle spese di giudizio liquidati in 99 ducati e grana 20 a profitto della Reale Tesoreria.

Reggio li 3 gennaio 1832


Corte d’Assise di Reggio Calabria

La Corte
Dichiara Antonino Chirico, fu Filippo, di anni 28, cardaio, da Scilla, nullatenente, celibe, analfabeta, non militare colpevole di grassazione accompagnata da omicidio in persona di Pietro Tigani, assassinio avvenuto l’11 ottobre 1868. L’imputato aggredì la vittima uccidendola e depredandola di un carico di olio, il misfatto avvenne a Scilla. Condanna Antonino Chirico alla pena di morte e alle spese di giudizio a favore dell’Erario Nazionale.

Reggio Calabria li 2 febbraio 1871

giovedì 1 novembre 2007

Il terremoto del 16 novembre 1894

Il 16 novembre del 1894 alle ore 7 e un quarto di notte, quando tutti i cittadini pacificamente stavano nelle loro case, ed altri ancora in piazza, vi fu un tremendo tremuoto che quasi tutta la provincia e la Sicilia ancora subirono immensi danni colla distruzione di fabbricati e nel comune di Palmi vi furono anche dei morti.
Io ho avuto distrutto l’intero fabbricato alla Melia, come pure si distrusse la Chiesa.
Alla Chiesa Madre del nostro Duomo i danni pure furono tanti che si è dovuto rifare tutto e si doveva ancora rifare il campanile ed altro.
dottor Giovanvincenzo d’Amico-Ferrante

lunedì 22 ottobre 2007

FRANCESCO VITA: esimio chirurgo in divisa

Francesco Vita nasce a Scilla il 19 gennaio 1926 da Raffaele e Rosina Liperoti. Frequenta le Scuole Elementari sotto la guida della maestra Grazia Giordano, prosegue gli studi delle Scuole Medie Inferiori e Ginnasiali presso l’Istituto Salesiano “Don Bosco” di Messina ed in seguito di Torino; a causa della guerra è costretto a rientrare a Reggio Calabria, conseguendo la maturità presso il Liceo Classico “Tommaso Campanella”. Iscrittosi al corso di laurea di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Messina, nonostante i primi anni siano difficoltosi per la persistenza del conflitto bellico mondiale, il 30 Marzo 1951, ad appena 25 anni, consegue la laurea in Medicina e Chirurgia; si abilita nel medesimo Ateneo all’esercizio della professione di Medico Chirurgo.
Nel 1951 svolge il servizio di leva a Firenze presso la Scuola di Sanità per Allievi Ufficiali Medici e nello stesso anno, in data 28 novembre 1951, supera il corso di Igiene Pratica per Ufficiali Sanitari presso l’Università degli Studi di Firenze. L’1 gennaio 1952 ottiene la prima nomina a sottotenente di complemento del Servizio Sanitario (ruoli Ufficiali Medici) ed in data 14 gennaio 1952 presta giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana all’Ospedale Militare di Udine dove viene chiamato a prestare servizio.
Negli anni successivi svolgerà intensa attività di Chirurgia (oltre 500 interventi nel solo primo anno) comprovata dai registri operatori dell’Ospedale Militare di Udine; nel corso di questo servizio effettuerà personalmente un delicato intervento chirurgico a cui seguirà un’importante pubblicazione per la Chirurgia Generale di quegli anni: “Cisti da Ansa di Braun esclusa” (1953).
Nel 1952 pur risultando vincitore di concorso per Medico Condotto bandito dalla Prefettura di Reggio Calabria, rifiuta l’incarico avendo ormai intrapreso la carriera militare.
In qualità di Ufficiale Medico dell’Esercito, dopo breve permanenza alla Scuola Allievi Ufficiali di Pubblica Sicurezza di Roma, il 25 marzo 1954 viene nominato con parità di grado Ufficiale Medico del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza (oggi Polizia di Stato) ed assegnato al Gruppo di P.S. di Gorizia.
Ottiene l’avanzamento di grado a tenente medico e viene trasferito a Trieste come dirigente del Servizio Sanitario della Polizia del “Friuli Venezia Giulia”.
Già capitano medico, il 13 luglio 1960 viene trasferito a Reggio Calabria per dirigere l’Ispettorato 14ª zona.
In quest’ultima sede, frequenta presso gli Ospedali Riuniti “Civico e G. Melacrino” di Reggio Calabria il corso di Elettrocardiografia Clinica, conseguendone il Diploma in data 15 ottobre 1963.
Nel febbraio 1965, gli viene offerto l’incarico di Funzionario Sanitario presso la Direzione Generale dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie, rifiuterà anche questo incarico per proseguire la carriera militare.
Effettua i concorsi per l’avanzamento di grado dapprima a maggiore Medico (in data 15 marzo 1969) ed in seguito a tenente colonnello Medico (in data 1 giugno 1972); con questa ultima nomina gli viene affidata la dirigenza dell’Ufficio di 7ª zona Calabria e Campania. Durante tutti questi anni, oltre alle gravose mansioni di dirigenza, controllo sanitario, ispezioni e attività medico legali, svolge delicate e rischiose incombenze affiancando la Magistratura nell’attività fiscale ai pregiudicati, avendo un ruolo determinante nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata. In data 02 giugno 1975, sentita la giunta dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri Aldo Moro, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone gli conferisce il titolo di “Cavaliere della Repubblica Italiana”. In data 01 gennaio 1978, riportando giudizio di idoneità all’avanzamento, viene nominato Primo Dirigente Medico e promosso con la qualifica di Colonnello Medico. In data 23 giugno 1980 gli viene conferita dal Ministero dell’Interno - Direzione Generale della Pubblica Sicurezza - la “Croce d’oro” per anzianità di servizio. In considerazione di particolari benemerenze, in data 02 giugno 1981 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferisce il titolo di “Grande Ufficiale della Repubblica Italiana”. Nel corso degli oltre 40 anni di servizio prestati nella Polizia, l’Ufficiale Superiore Medico Francesco Vita è incorso in numerose infermità ed incidenti sul lavoro che gli hanno procurato importanti invalidazioni fisiche che lo hanno costretto a sottoporsi ad interveti chirurgici pur di ottemperare nuovamente ai suoi gravosi impegni istituzionali. Per i numerosissimi servizi d’istituto, per visite fiscali a dipendenti dell’amministrazione, a soggiornanti obbligati, a detenuti o a sorvegliati speciali o loro familiari, per i controlli sanitari agli Ospedali Militari, Caserme e Questure, per la snervante attività di coordinamento ed organizzazione dei sottoposti, per i numerosi interventi alle popolazioni calamitate effettuati anche in elicottero, per i numerosi sopralluoghi di delitti avvenuti in zone impervie, per le migliaia di visite d’arruolamento svolte nei vari Ospedali Militari Regionali ed in ultimo la nomina a Presidente della Commissione Medica della massima Scuola di Polizia di Nettuno, per le conseguenze di intensi e reiterati strapazzi fisici, per i traumatismi da sforzo, per i continui viaggi, per le avversità di clima e ambiente con rapidi cambiamenti di temperatura ed infine per l’aggravamento delle preesistenti invalidità contratte e riconosciute nell’adempimento del proprio dovere, chiede, con istanza presentata al Ministero dell’Interno, in data 20 giugno 1983, di essere dispensato dal servizio per motivi di salute. Il Ministero dell’Interno lo promuove Generale Medico in data 10 febbraio 1984 ed in accoglimento alla sua richiesta, lo dispensa dal servizio. In data 04 gennaio 1988 il Ministero della Difesa, gli conferisce la “Medaglia Mauriziana” al merito di dieci lustri di carriera militare. Collocato a riposo, continua la sua attività di medico di base e, nonostante gli impedimenti fisici lo costringano nel tempo sulla sedia a rotelle, continua a prodigarsi indistintamente per tutti i pazienti mantenendo fede al giuramento d’Ippocrate fino alla sua morte sopraggiunta a Scilla il 13 luglio 1991.
di Raffaele Vita, medico del Suem 118 di Reggio Calabria

giovedì 18 ottobre 2007

dr LUIGI SIDARI: Nemo profeta in patria (Scillae)

Luigi Sidari nasce a Scilla l'1 agosto del 1908, si laurea in medicina e chirurgia presso l'Università di Messina nell’ottobre 1934.
Nel 1937 vince il concorso per medico di porto a Massaua (città dell'Eritrea che durante l’occupazione fascista era diventata il primo porto del mar Rosso) dove svolge la sua attività fino al precipitare degli eventi bellici.
Infatti con l’occupazione inglese viene fatto prigioniero e trascorre la sua prigionia a Cheren, città celebre per l'omonima eroica battaglia tra le truppe italiane e le forze britanniche e del Commonwealth, avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale e che di fatto sancì la fine del sogno imperiale italiano.
Rimpatria nel 1943, risponde da un avviso della Ponteggi Dalmine e lì viene assunto come direttore sanitario dello stabilimento industriale esistente nel paese di Dalmine, in provincia di Bergamo.
La situazione politica si fa incandescente e lui, essendo iscritto al Partito Nazionale Fascista, anche per proteggere moglie e figlia, torna a Scilla.
Nel suo paese cercano di ostacolarlo nell’esercitare la professione medica. Tra coloro i quali osteggiano il dottor Sidari vi è il futuro deputato del Psiup e sindaco di Scilla, avvocato Rocco Minasi (già volontario in Africa con le truppe della Milizia) e, addirittura, un parente "sinistrorso".
La guerra finisce e Luigi Sidari diventa finalmente medico condotto del paese. Il dottore, nonostante i soprusi subiti non è in cerca di rivalse e rimanendo fedele al giuramento di Ippocrate, mette a disposizione di tutti gli scillesi indistintamente la sua scienza.
Si deve a lui se Scilla ha un ospedale, il seme lo buttò priprio Luigi Sidari e poi l’opera fu proseguita da altri.
Nel 1950 lascia Scilla per Roma, e dopo una breve parentesi di allontanamento dal lavoro per motivi di salute, nel 1951 si trasferisce a Nettuno come Direttore Sanitario della Scuola Allievi sottufficiali del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza.
Nel 1958 ritorna nella capitale e svolge le proprie funzioni presso la Scuola Allievi Guardie di P.S. di Castro Pretorio, per poi passare all’Ispettorato Sanitario delle Poste e Telegrafi di cui diventerà Ispettore Generale.
Il dottor Luigi Sidari si spegne a Roma il 25 maggio del 1977.
Si ringrazia la famiglia Gioffrè-Sidari per la gentile collaborazione.